L'agente AI è una nuova utenza privilegiata. Nessuno l'ha censita.

Quando un'azienda adotta un agente AI — un assistente che legge la posta, aggiorna il CRM, prepara documenti, esegue workflow — la conversazione interna ruota quasi sempre attorno a cosa l'agente sa fare. Quasi mai attorno a una domanda molto più vecchia e molto più importante: chi è, questo agente, per i tuoi sistemi?
Con quale identità si presenta al gestionale? Con quali credenziali legge la casella di posta? E quando alle 3 di notte parte una richiesta verso il database, nei log compare lui — o compari tu?
Il default sbagliato: l'agente sei tu
Nella maggior parte dei deployment reali, oggi, l'agente opera con l'identità del suo utente umano. Il meccanismo è quasi sempre lo stesso: un consenso OAuth ("consenti all'app di accedere al tuo account"), un token API personale incollato in una configurazione, oppure — peggio — le credenziali di un amministratore, perché "così funziona tutto senza sbatterci la testa".
È il percorso di minor resistenza, e ha una conseguenza precisa: l'agente può fare tutto ciò che puoi fare tu. Non ciò che gli serve per il compito: tutto. Se tu puoi cancellare, lui può cancellare. Se tu sei admin, lui è admin.
Con il software tradizionale questo problema lo conosciamo da decenni, e infatti abbiamo inventato i service account, i ruoli, il principio del privilegio minimo. Ma un agente AI non è un software tradizionale, ed è qui che il default diventa pericoloso.
Perché un agente non è un service account
Un service account classico esegue sempre la stessa operazione: lo script di backup fa il backup, l'integrazione contabile scrive le fatture. Il suo comportamento è enumerabile in anticipo, e i suoi permessi si possono ritagliare una volta per tutte.
Un agente AI decide a runtime cosa fare: quale strumento chiamare, quale dato leggere, se e come concatenare più azioni per raggiungere l'obiettivo che gli è stato dato. Può incontrare contenuti che non controlli (una email in arrivo, una pagina web) e — come la ricerca sulla prompt injection ha dimostrato ampiamente — può essere indotto da quei contenuti a fare cose che nessuno gli ha chiesto. Su questo torneremo nel prossimo articolo della serie; quello che conta qui è la conseguenza sul piano delle identità: il perimetro di ciò che un agente può fare non è definito dal suo codice, ma dai permessi che gli hai dato. Sono l'unico confine che regge.
E la scala del fenomeno non è marginale. Le identità non umane — service account, chiavi API, workload, e ora agenti — superano già quelle umane di decine di volte nelle stime di settore (da 25:1 a oltre 80:1 secondo le fonti), e una quota consistente degli incidenti di sicurezza coinvolge proprio identità macchina non governate. Gli agenti AI aggiungono a questa massa una proprietà nuova: sono identità non umane con capacità decisionale, create alla velocità con cui si scrive un prompt, mentre i processi di censimento e approvazione delle utenze viaggiano alla velocità degli umani.
Cosa dicono le norme (spoiler: valgono anche per lui)
La parte interessante è che, sul piano normativo, non serve inventare nulla: i requisiti esistono già. Il problema è che quasi nessuno li applica alle identità non umane.
ISO/IEC 27001 — il controllo 5.16 (identity management) copre esplicitamente l'intero ciclo di vita delle identità, umane e non; il 5.18 richiede che i diritti di accesso siano assegnati, riesaminati e revocati secondo la policy; l'8.2 impone la gestione ristretta dei privilegi elevati. Un audit fatto bene dovrebbe chiedere: l'agente AI è nel registro delle identità? Chi ne è l'owner? Quando è stata l'ultima review dei suoi permessi? Nella pratica, la maggior parte degli audit si ferma alle utenze umane, e le identità macchina restano in una zona grigia.
ISO/IEC 42001— il sistema di gestione dell'AI richiede accountability dimostrabile: ogni sistema AI deve avere ruoli e responsabilità definiti, e l'accesso a dati, modelli e pipeline deve essere governato e auditabile. Tradotto per gli agenti: ogni agente ha un responsabile umano identificato, e "chi può fare cosa" è documentato — non implicito nelle credenziali che qualcuno gli ha prestato.
NIS2— per i soggetti in perimetro, l'articolo 21 richiede politiche di controllo degli accessi e gestione delle identità come misura minima. Un agente che opera con credenziali umane condivise è, tecnicamente, una violazione di quella politica prima ancora che un rischio: un'utenza non censita con privilegi non tracciabili.
La domanda "l'agente è un'utenza?" ha quindi una risposta normativa chiara: sì, e da prima che gli agenti esistessero. Ciò che manca non è la regola: è l'abitudine di applicarla a soggetti che non hanno un badge.
Come si governa un'identità agentica
L'esperienza diretta — nostra, costruendo una piattaforma multi-agente, e del settore che sta convergendo sulle stesse pratiche — indica una lista corta e concreta:
- Censimento — ogni agente entra nell'inventario delle identità come qualunque utenza: nome, scopo, sistemi a cui accede, data di attivazione. Se non è censito, non va in produzione.
- Un'identità propria per ogni agente — mai le credenziali del suo utente, mai credenziali condivise tra agenti. Se due agenti fanno cose diverse, hanno identità diverse: nei log si deve vedere chi ha fatto cosa.
- Privilegio minimo, per strumento — l'agente vede solo i tool e i dati che servono al suo compito. "Accesso a tutto il CRM" non è uno scope: "lettura anagrafica clienti" lo è.
- Credenziali fuori dal modello — chiavi e token stanno in un vault e vengono usati dall'infrastruttura; non passano mai nel contesto del modello, dove qualunque contenuto letto potrebbe indurre l'agente a rivelarli.
- Accessi a tempo — dove possibile, grant just-in-time legati alla finestra del task invece di permessi permanenti. Un agente che fa una cosa al giorno non ha bisogno di poterla fare 24 ore su 24.
- Un owner umano — ogni agente ha un responsabile che risponde del suo operato, ne rivede i permessi periodicamente e lo spegne quando non serve più. L'accountability, per ISO 42001, non si delega all'agente.
Niente di tutto questo richiede tecnologia esotica: sono gli stessi principi dell'identity management di sempre, applicati con disciplina a un soggetto nuovo. La differenza rispetto a "facciamolo con il mio account" è la stessa che passa tra dare a un nuovo collaboratore un badge nominativo e prestargli il tuo.
La domanda da fare lunedì mattina
Se in azienda c'è già un agente AI operativo — anche solo in prova, anche solo "quello che smista la posta" — la domanda da fare non è se lavora bene. È: con quali credenziali sta lavorando, e chi lo sa?
Se la risposta è "con quelle di qualcuno", avete appena trovato la vostra utenza privilegiata non censita. Ed è molto più operosa di quelle che eravate abituati a cercare.
Questo è il primo articolo di una serie sulla sicurezza agentica. Il prossimo: la "lethal trifecta" — il triangolo del fuoco degli agenti AI, e come usarlo per valutare qualunque deployment.
Fonti
- Cloud Security Alliance — The Non-Human Identity Governance Vacuum
- The Hacker News — The Non-Human Identity Crisis: Why Your Machine Identities Are Your Biggest Governance Gap
- Obsidian Security — What Are Non-Human Identities? The Complete Guide to NHI Security
- ISO/IEC 42001:2023 — AI management systems
- Roval — ISO 42001 compliance for AI agents: controls, certification and the gap most teams miss
- Direttiva (UE) 2022/2555 — NIS2, art. 21 (EUR-Lex)
- Simon Willison — The lethal trifecta for AI agents
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